Andrea Soro, Direttore del Personale di Insiel S.p.A. per Giada's Project

ICT, leadership e smart working – Intervista a Andrea Soro, Direttore del Personale Insiel S.p.A.

Buongiorno Dott. Soro. Ci può raccontare qualcosa in più sulla sua carriera professionale e formativa?

Intraprendo per vocazione la carriera militare, frequentando l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, dove conseguo la laurea in Scienze Politiche; da lì inizio un percorso nelle risorse umane all’interno dell’Aeronautica Militare, arricchendo il percorso formativo con ulteriori corsi sia nell’ambito HR della pubblica amministrazione che nell’ambito della comunicazione istituzionale. Un percorso durato 22 anni, che mi ha permesso di consolidare fondamentalmente i due ambiti, quello delle risorse umane e della comunicazione, che sono necessariamente complementari.

Oggi è Direttore del Personale di Insiel S.p.A., società ICT in house della Regione Friuli Venezia Giulia. Quali sono le difficoltà più grandi che si trova ad affrontare?

Insiel è appunto la società in house della Regione Autonoma FVG, il braccio operativo nel campo ICT, spaziando dal mondo delle infrastrutture fisiche (Data Center ad esempio), a quello della connettività (fibra ottica regionale e wi-fi pubblico), arrivando poi al mondo dei sistemi informativi veri e propri, dedicati al mondo delle autonomie locali, della Regione e della Sanità regionale. Un universo molto complesso, che in quasi 50 anni di storia della nostra Azienda, ha costellato di “digitale” la vita di tutti i cittadini di questa Regione.

Andrea Soro, Direttore del Personale di Insiel S.p.A. per Giada's Project
Andrea Soro, Direttore del Personale di Insiel S.p.A. per Giada’s Project

Dal punto di vista HR, la difficoltà più importante è senza dubbio la necessità di preservare il grande patrimonio di competenze che sono state consolidate in tutti questi anni; l’Azienda ha sempre avuto un basso indice di turn over, in analogia a quello che capita nelle pubbliche amministrazioni, a questo si aggiunga una politica delle assunzioni che ha subito gli effetti dei diversi interventi che si sono susseguiti negli anni sul tema della “spending review”. Ora, finalmente, la rotta è stata invertita e grazie anche ad una strategia, politica ed aziendale di lungo periodo, siamo riusciti ad avviare importanti piani di sviluppo delle assunzioni.

Quest’anno, ad esempio abbiamo avviato le procedure di selezione per circa 75 profili!

Quali sono invece gli aspetti più motivanti e sfidanti del suo lavoro?

Il mondo HR è sfidante per definizione; ho parlato prima di vocazione per la vita militare, io sono un fervido sostenitore che anche per il mondo delle risorse umane sia necessario avere una forte vocazione, la voglia di ascoltare le persone e il desiderio di poter cambiare attivamente la vita delle organizzazioni, per il bene delle persone che ci lavorano. Spesso sentiamo parlare di “capitale umano”, più che di “risorse umane”, noi stiamo cercando di far diventare virale e pervasiva questa attenzione verso la persona. Ci riusciamo sempre? Forse no, ma almeno cerchiamo di farlo, coinvolgendo in questo anche le linee manageriali che sono, di fatto, la vera demoltiplica dell’azione HR sul terreno.

Come viene gestita l’elevata domanda di profili tecnici e informatici, rispetto all’offerta limitata?

I due anni della pandemia e questa “coda” complicata post emergenziale, che ci spinge verso una probabile recessione in “venti di guerra”, ha reso il mercato delle competenze ICT decisamente competitivo, forse più che nel recente passato; la delocalizzazione e la remotizzazione delle attività informatiche, con un lavoro ibrido sempre più spinto e non più legato alla fisicità di uno spazio ufficio definito, rende tutto più fluido e competitivo. Questo comporta a volte un maggior numero di candidati, ma alza notevolmente le aspettative, aspettative che spesso in una società pubblica, ancorata ovviamente a norme e regolamenti pubblici, non le permette di essere competitiva a sufficienza con le società informatiche di mercato.

Allora perché scegliere di lavorare in una società pubblica? Ne discutevo proprio in questi giorni con un giovane candidato, cercando di fargli comprendere che avvicinarsi ad una società pubblica come Insiel, deve presupporre, anche in questo caso, una “vocazione” verso il governo della cosa pubblica: l’obiettivo non è la massimizzazione degli utili ma l’efficientamento di processi amministrativi decisionali che consentano di erogare in continuità servizi sempre fruibili da cittadini, utenti ed operatori della PA. Forse la chiave di lettura è proprio questa, io lo chiamo il “paradigma del servizio”: sentirsi davvero dei “civil servant” che possano favorire e agevolare il cambiamento, in meglio, della Pubblica Amministrazione!

Per oltre 17 anni si è occupato di risorse umane all’interno dell’aeronautica Militare. Che bagaglio le ha lasciato quest’esperienza e come si è rivelata utile per il lavoro che svolge oggi?

Indipendentemente dall’uniforme che indossi, dalla giacca o dalla cravatta che porti, occuparsi di personale assume lo stesso significato ovunque; certamente l’esperienza all’interno delle Forze Armate ha una forte identità valoriale, che ti rende protagonista nel tuo piccolo dell’azione di una intera organizzazione. Forse è proprio questo il valore più grande che ti porti dentro fin da “piccolo”, la consapevolezza che il tuo operato, seppur limitato al contesto in cui operi, può fare da cassa di risonanza (positiva o negativa) per l’intera organizzazione cui appartieni.

Parlando di smart working, quali pensa e spera saranno gli sviluppi futuri?

Come spesso commento anche sui social o in occasione di confronti interni all’Azienda, siamo ormai (fortunatamente) al punto di non ritorno. In Insiel abbiamo adottato, forse tra i primi in Regione, un accordo emergenziale sul lavoro agile, che di fatto non ha mai previsto alcun limite nel numero delle giornate da poter svolgere al di fuori dei locali aziendali. Da circa 12 mesi abbiamo però cercato di far “riassaporare” anche la condivisione in presenza, chiedendo ai nostri dipendenti di frequentare le nostre sedi per almeno 5 giornate al mese. Si tratta di una piccola parte percentuale del tempo lavorato, che ognuno può gestire liberamente, anche in maniera frazionata o viceversa cumulativa. Certamente siamo agevolati dalla tecnologia, anche dalle stesse dotazioni informatiche dei nostri collaboratori oltre che dalle loro competenze informatiche, questo ha senza dubbio aiutato nel superare il fosso quando, ancora, eravamo tutti molto titubanti e dubbiosi sull’efficacia del lavoro agile/lavoro da remoto.

Il futuro è già scritto, o quasi, stiamo per sottoscrivere con i sindacati, aziendali e territoriali, un nuovo accordo aziendale sul tema del lavoro agile, che possa andare agevolmente oltre l’emergenza pandemica ma che, di fatto, mantiene gran parte dei contenuti dell’accordo emergenziale. Anche in questo caso è un nuovo “paradigma” da affrontare e che dobbiamo far diventare pervasivo all’interno dell’Azienda e a tutti i livelli dell’organigramma, un cambio di prospettiva che ponga la fiducia quale fulcro di tutta la nostra azione e che sposti l’attenzione da un lavoro scandito dai tempi del “cartellino” ai tempi di obiettivi assegnati e raggiunti!

Negli ultimi tempi si parla spesso di leadership e si è sottolineato che molti manager, non sono anche leader. Come definirebbe un leader e quali pensa siano le caratteristiche essenziali per esserlo?

Domanda molto complicata…non posso però che rispondere richiamando uno dei miei riferimenti su questo tema, ovvero il modello della leadership emotiva di David Goleman; nella mia visione riassume in poche pagine l’essenza del vero leader, che volta per volta utilizza i molti strumenti presenti nella sua cassetta degli attrezzi, cercando di non perdere mai di vista l’unicum tra “lavoratore” e “persona”, con una modalità bidirezionale di confronto e scambio continuo.

A suo parere che ruolo gioca il welfare nel mondo del lavoro attuale?

Dipende. Generalmente rifuggo da una visione del welfare intesa solo come “leva economica”, ovvero la visione essenzialmente riportata in maniera schematica all’interno di diversi CCNL. Welfare è un insieme di azioni e, soprattutto, comportamenti che come governance aziendale dobbiamo mettere in campo per rendere l’esperienza lavorativa il più coerente possibile con le aspirazioni personali. Un complesso bilanciamento che in parte può essere “monetizzato” con interventi mirati ma che in realtà deve comprendere tutti gli aspetti della vita di una Azienda.

Che consiglio darebbe a una persona che si vuole affacciare o si è affacciata da poco al mondo delle HR?

Ascoltare, ascoltare, ascoltare! E rendersi consapevoli che non si potranno mai avere sempre le risposte “giuste” subito, ma si costruiscono con umiltà ed empatia giorno dopo giorno!

Guido Penta, IT Recruiter Adecco per Giada's Project

IT Recruiting e soft skill – Intervista a Guido Penta di Adecco

Ciao Guido, grazie per il tuo tempo e la tua disponibilità. Mi piacerebbe sapere quale percorso si cela dietro – per riprendere le parole della tua headline su LinkedIn – all’Amichevole IT Recruiter di quartiere di Adecco che sei oggi.

Ciao Giada, grazie a te! Il mio percorso non è decisamente lineare: dopo quasi 10 anni in una grande azienda in ambito Customer Care, ho deciso di approfondire il settore nel quale sono ora, ovvero il mondo delle Umane Risorse (citando il buon Osvaldo Danzi) ed in particolare del recruiting in ambito IT. Nel corso degli anni sono cresciuto professionalmente, passando dall’essere un Customer Care Manager fino a Head of HR in una azienda di ingegneria. Attualmente, in Adecco, ricopro il ruolo di Recruiting Consultant nella nostra divisione Digital & Technologies di Roma.

Guido Penta, IT Recruiter Adecco per Giada's Project
Guido Penta, IT Recruiter Adecco per Giada’s Project

Da dove nasce il tuo interesse per il mondo delle HR?

E’ una “spinta” che ho sentito sin dal percorso universitario, in qualche modo: dopo la Laurea in Scienze della Comunicazione ho seguito un master in CSR & Management, con una tesi sulla SA 8000. L’etica del lavoro ed i temi affini hanno sempre avuto un importante ruolo nel mio percorso professionale, e spinto da questi valori la scelta di lavorare nelle HR è stata naturale.

Cosa ti ha spinto a specializzarti nel settore IT, ambito tra i più sfidanti e nel quale c’è una forte concorrenza?

Sarò onesto, da un lato un pò di sano “egoismo” professionale (o potremmo anche chiamarla lungimiranza) perché il settore IT in questo momento è pieno di opportunità che di sicuro nei prossimi anni non si esauriranno, anzi. Inoltre, la tecnologia e l’innovazione sono sempre state cose che mi hanno affascinato sin da ragazzino (ed anche la mia fortissima anima nerd da gamer ha spinto naturalmente per il settore).

Come hai visto cambiare il mondo e il mercato del lavoro in questi ultimi due anni segnati dal Covid?

Il cambio è stato radicale. Con il lockdown, i distanziamenti, le nuove regole sanitarie e logistiche le aziende, i professionisti e tutti i vari stakeholder hanno necessariamente dovuto attivare delle nuove strategie lavorative (il lavoro da remoto, per dirne una). Una novità per tantissime realtà imprenditoriali che secondo me è inevitabile, e mi dispiace che molte aziende stiano tornando “indietro” pur essendoci numeri, report e statistiche che indicano inequivocabilmente che il lavoro da remoto non intacca la produttività, anzi!

A tuo parere quanto contano le soft skill in un processo di selezione?

Ultimamente ho molto rivalutato le soft skills, sarò onesto. Tempo addietro le reputavo competenze “copia-incolla” che chiunque scriveva nel proprio CV senza un minimo di raziocinio o riflessione. Ho invece imparato che sono fondamentali. Proprio nel mio settore ad esempio, quello IT, dove si ragiona sempre e solo in termini di competenze “hard” (linguaggi di programmazione, framework, metodologie e poco altro) le soft skill fanno davvero la differenza durante il colloquio, sia conoscitivo che tecnico. La capacità di lavorare in un team totalmente da remoto, magari sparso in tutta Italia, il saper comunicare, il saper trasferire le proprie competenze magari ad un profilo junior, saper negoziare il proprio compenso sono competenze fondamentali in un settore estremamente competitivo.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe affacciarsi (o si è appena affacciato) al mondo delle Risorse Umane?

Sicuramente la formazione, sia teorica che pratica (magari con un Master in ambito HR o verticale sul recruiting). Questo lavoro è estremamente sfaccettato e bisogna avere solide basi (gestire i colloqui, i candidati, i clienti, il team, la burocrazia, le contrattazioni economiche, etc).

Inoltre, creare un network è fondamentale! Costruire relazioni, imparare da chi fa questo lavoro da tanto, creare una propria credibilità online, ad esempio su Linkedin.

In ultimo, non per importanza, accettare il fallimento. Un candidato che rifiuta un’offerta, che fa ghosting, l’azienda cliente che dopo mesi di lavoro chiude la posizione e così via. Lavorare con un “sano distacco” emotivo aiuta a non demotivarsi.

Nel tempo libero a cosa ti dedichi? Da cosa ti lasci ispirare?

Tempo libero? Cos’è? Ho due bimbi piccoli, ne ho davvero pochissimo! In quelle poche ore che ho a disposizione ho hobbies abbastanza “standard”: libri, serie tv e qualche videogame (da mobile, le TV sono tutte sempre “occupate” ). Da Luglio, una volta al mese, di sera siamo live su Twitch assieme ad altri colleghi/e di altre aziende e developer e parliamo di lavoro nel settore IT e molto altro. Lo possiamo considerare un hobby? 😊

Quali pensi saranno le sfide che i professionisti del settore HR dovranno affrontare nel prossimo futuro?

A mio avviso la sfida più grande non è tanto nella ricerca delle persone ma nella cosiddetta retention: soprattutto i profili tecnici hanno accesso ad una marea di offerte di lavoro come mai prima d’ora, c’è quindi l’imbarazzo della scelta.

Una employee experience seria, strutturata ed ingaggiante secondo me è la sfida più grande per le aziende: capire come trattenere i talenti, andando oltre la mera retribuzione e tenere vivo “l’amore” per la propria azienda.

Marco Casella, HR Manager Chiurlo per Giada's Project

Valutazione delle Risorse e strumenti di HRM – Intervista a Marco Casella, HR Manager Chiurlo

Ciao Marco, grazie per la disponibilità. Ti chiedo di raccontarci qualcosa in più di chi sei e del percorso che ti ha portato ad essere HR Manager di Chiurlo.

Ciao Giada, grazie a te per l’opportunità.

Al momento sono una persona felice, e la consapevolezza di esserlo è forse la cosa che mi rappresenta di più. Do valore a ciò che ho e a quello che faccio e, ogni mattina, non temo ciò che vedo riflesso nello specchio del bagno, professionalmente ed eticamente parlando, per il resto c’è poco da fare, ma penso sia già tantissima roba!

Ho svolto un percorso formativo che mi ha permesso di spaziare tra cultura scientifica ed umanistica, scoprendone l’utilità, come spesso capita, con il senno di poi.

Ho frequentato il Liceo Scientifico Tecnologico per poi iscrivermi a Giurisprudenza, in un momento in cui, non nego, avevo le idee ancora abbastanza confuse sul mio successivo possibile percorso professionale.

Ad indirizzarmi professionalmente è stata l’esperienza di lavoro svolta durante il percorso universitario presso una grande multinazionale della GDO, dove ho avuto la fortuna di scoprire la Gestione delle Risorse Umane, poiché l’Azienda adottava delle politiche e degli strumenti HR davvero all’avanguardia.

Da qui è nato il mio interesse, concretizzatosi, dopo la laurea, in 6 anni di esperienza presso la Danieli & C. S.p.A., colosso dell’impiantistica siderurgica con circa 10.000 dipendenti WW, dove ho avuto l’opportunità di approfondire e sperimentare tutte le pratiche ed i processi HR di una multinazionale, vivendo le dinamiche di Headquarters ed imparando da colleghi e Responsabili; forgiando nel tempo un mio stile di gestione HR che, da quasi 3 anni, ho portato nel Gruppo Chiurlo.

Marco Casella, HR Manager Chiurlo per Giada's Project
Marco Casella, HR Manager Chiurlo per Giada’s Project

Da dov’è partito l’interesse per le risorse umane?

È partito dagli strumenti HR, che mi hanno subito fatto capire che per gestire le Risorse Umane è necessario essere organizzati, è un lavoro faticoso, non lo si può improvvisare e non lo si può svolgere da soli o delegarlo completamente.

È nato come un interesse, ma poi è diventata una missione, quella di far comprendere ai Manager ed alle Aziende che non basta un comparto HR per gestire le Risorse Umane, ma che è necessario che i Manager di ciascuna Unità di Business/Organizzativa acquisiscano le competenze e gli strumenti per essere dei Gestori di Risorse competenti.

Quali progetti hai ideato nella tua carriera di HR Manager e quali sono quelli che ti hanno dato maggior soddisfazione?

Ho avuto l’opportunità di partecipare a numerosi progetti di evoluzione organizzativa e di implementazione strumentale, soprattutto nelle aziende multinazionali in cui ha lavorato, questo mi ha permesso di costruire una cassetta degli attrezzi dalla quale, durante l’attuale esperienza, ho estratto diversi strumenti che hanno permesso all’Azienda di cambiare l’approccio alla gestione delle Risorse Umane, il più importante ritengo sia senza dubbio lo strumento di valutazione di Competenze e Performance, punto di partenza e di arrivo di ogni decisione connessa alla Gestione HR.

A tuo parere che ruolo hanno le soft skill in un processo di selezioni?

Hanno senza dubbio un ruolo importante, ma in una valutazione complessiva non devono condizionare in modo eccessivo, soprattutto per alcune tipologie di selezione, vanno verificate alcune attitudini “soft” di base, senza voler troppo sofisticare la valutazione, soprattutto in assenza di strumenti professionali per la loro analisi.

Chiaramente vorremmo sempre incontrare dei profili “brillanti e luminosi”, ma uno degli insegnamenti che ho fatto mio dalle esperienze passate è che spesso “il meglio è nemico del bene”, dove il “bene” per me è dettato da: una stretta di mano decisa, una preparazione al colloquio adeguata, una presentazione di sé lineare e convinta ed un’idea, almeno grezza, di quello che si vorrebbe “fare da grandi”, poi si passa ad analizzare le competenze tecniche.

Quali sono gli errori più grandi che hai trovato nei tanti CV visionati negli anni?

Non esiste il CV perfetto, ce ne sono alcuni graficamente più accattivanti ed alcuni meno, sicuramente ho letto tanti errori ed alcuni orrori, per questa ragione i CV vanno riletti e fatti rileggere, almeno per eliminare gli errori di ortografia.

Consiglio di “investire 2 righe” per descrivere il Business Aziendale e l’impatto del mestiere svolto in questo flusso, trasmettono molto di più rispetto a fare copia/incolla del mansionario tra l’azienda precedente e quella successiva.

Suggerisco di riempire i buchi temporali, soprattutto quelli notevoli, magari con informazioni non dettagliate ma significative.

Cosa consiglieresti o non consiglieresti di fare a una persona che cerca lavoro oggi?

Consiglierei, per prima cosa, di aver chiaro il mestiere che desidera svolgere, di non sparare nel mucchio, di concentrare le proprie energie su un settore professionale abbastanza specifico, in questo un buon aiuto lo possono fornire le aziende che si occupano di selezione e placement, con servizi dedicati che possono fare la differenza.

Suggerirei di approfondire la formazione relativa alle competenze richieste dal mestiere desiderato, coltivate i vostri talenti.

Infine, ritengo sia fondamentale prepararsi per i colloqui, studiare l’Azienda, l’annuncio di lavoro, comunicare in modo efficace. Uscire dal colloquio sapendo di aver dato il massimo!

Da cosa ti lasci ispirare? C’è una lettura/film/canzone/ecc. che più di altri ti ha guidato lungo il tuo percorso?

Cerco l’ispirazione giusta a seconda dell’obiettivo.

Mi lascio ispirare dalle persone che incontro nel mio percorso: candidati, colleghi, docenti; ascolto le loro storie e spesso trovo ispirazioni e modi differenti e magari più efficaci per affrontare alcune sfide.

Mi hanno ispirato alcuni libri, due su tutti “La città della gioia” di Domique Lapierre e “La fortuna non esiste” di Mario Calabresi.

Ho maturato due linee guida, fino ad oggi, che mi aiutano a indirizzare il mio percorso:

  1. Le cose vanno fatte accadere, non senza fatica, ma spesso commettiamo il grave errore di non renderci conto di ciò che abbiamo, cercando altrove, senza sosta, la felicità.
  2. Professionalmente, ma non solo, “la fortuna non esiste; esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione” (cit.)

Nel tempo libero a cosa ti dedichi?

Mi piace divertirmi, godere del tempo assieme alla mia famiglia, fare sport, viaggiare, giocare, condividere nuove esperienze e progetti.

Grazie Marco per aver condiviso con noi questi preziosi spunti.

A presto

microfono intervista hr giada's project

A tu per tu con i professionisti delle HR e non solo: Giada’s project

Giada’s project. Per ora è questo il nome che ho dato al progetto che voglio mettere in capo da qui alle prossime settimane. Di che cosa si tratta? Vorrei dar vita a una serie di brevi interviste ad esperti e professionisti delle Risorse Umane e non solo. Poi magari, sì, trovo un nome migliore, meno inglese, con meno ricordi al film The Adam project, ma per il momento va bene.

Da dove nasce l’idea

Ho sempre voluto creare qualcosa di mio, così come poter essere di aiuto agli altri. Non perché pensi di avere la realtà in tasca, ma perché quando ti senti utile e quando doni qualcosa agli altri, quello che ti torna è molto di più di quello che hai dato.

Come recitava la copertina del numero di giugno di DdP – Direzione del Personale

non è più il tempo di personalismi: il leader di oggi si mette a disposizione della collettività, favorisce la condivisione e sa fare un passo indietro, se necessario’.

Attualmente ho quasi terminato il Master in Gestione delle risorse umane ed organizzazione del lavoro presso l’Università degli studi di Udine e lavoro come HR Generalist presso il Gruppo Chiurlo, occupandomi oltre alla ricerca e selezione e supporto nella gestione del personale, anche di formazione, comunicazione interna ed employer branding.

L’ambito HR come quello della comunicazione e divulgazione mi appassionano molto, avendo anche avuto un passato nel marketing. Così ho pensato a come poter coniugare i due lati, con un tocco personale e creativo… Et voilà. Ecco che la bozza informe dietro a Giada’s project ha iniziato a prendere man mano forma.

Il perché di queste interviste in ambito HR e non solo

Ma qual è l’obiettivo di queste interviste? Il mio desiderio è quello di condividere qualche spunto per chi si affaccia al mondo delle risorse umane, vi opera già o ne è appassionato.

Punto a raccontarne la storia ed il percorso professionale delle diverse figure che intervisterò, conoscerne i differenti tipi di approccio, così da poter magari imparare dalle esperienze altrui e/o conoscere altre persone con le quali condividere un interesse, ma anche una passione.

Questo anche per mostrare che non tutti i percorsi sono lineari e per offrire punti di vista differenti.

Chi saranno le persone che andrò ad intervistare? Tante e varie. Da HR Manager, a esperti nel settore della formazione, a consulenti, a specialisti di grandi e piccole realtà, provenienti da settori differenti tra loro. La mia idea e speranza è quella di continuare nel tempo e di offrire delle possibilità di sinergia, condivisione e di aiuto a chi leggerà questi brevi scambi.

Ora basta parlare e iniziamo a scrivere. La prima intervista uscirà a breve.

Se avete qualche nominativo da suggerirmi ben venga, ditemelo pure! Se avete qualche commento, critica, suggerimento o curiosità, anche 😉

A presto Giada

soft skill

Soft skill: ecco perché sono così importanti

Spesso sentiamo di parlare di soft skill. Soft skill qua, soft skill là, percorsi per sviluppare le soft skill del momento e via discorrendo. Rispetto a una decina di anni fa, ma anche meno, queste caratteristiche hanno visto aumentare la loro importanza sia durante le fasi di colloquio, ma anche durante l’inserimento in azienda e lungo tutto il percorso professionale all’interno di una realtà.

Cosa sono le soft skill?

Come recita Adecco, le soft skill potrebbero essere tradotte in italiano come le “abilità personali” e, aggiungerei, trasversali. In particolare, il concetto dietro al termine anglofono Soft Skill fa riferimento a tutte quelle competenze legate all’intelligenza emotiva, alle abilità naturali che ogni individuo ha. Più in generale, sono contrapposte alle competenze tecniche di un dato lavoro e/o settore. Se da un lato troviamo le hard skill, specifiche per ogni settore e ruolo, come il disegno tecnico, la gestione delle reti, la capacità di sviluppare le paghe, dall’altro troviamo le soft skill, competenze più trasversali, importanti a tutti i livelli e settori, ad esempio la gestione del tempo, lo spirito critico, la capacità di lavorare in team, le capacità manageriali…

Perché sono così importanti?

Le soft skill hanno una valenza di rilievo in una persona, in un candidato e in un dipendente, perché il lavoro sta diventando sempre più complesso. La sempre più spinta digitalizzazione, l’apparizione di nuovi ruoli e mansioni e la scomparsa di altri, le acquisizioni, le dimensioni aziendali, il lavoro da remoto, la globalizzazione. Solo qualche esempio per spiegare che probabilmente lo stesso lavoro svolto oggi è molto differente rispetto a quello di venti, trenta, ma forse anche solo di cinque anni fa. Basti pensare alle innovazioni e automazioni, alle procedure gestibili online, alle app…

Il lavoro è diventato ‘liquido’ e ‘fluido’ sia in termini di attività che di tipologie e tempi. Quando si cerca uno specialista con esperienza le competenze sono quasi date per scontate. Chiaramente vengono testate ed approfondite, ma anche l’aspetto più caratteriale e psicoattitudinale ha un peso molto elevato. Nei confronti di una figura junior o senza esperienza, si predilige spesso l’attitudine.

Per parafrasare le parole che ho spesso sentito dire un responsabile con la quale ho il piacere di collaborare, è meglio avere un lavoratore che sa fare il suo lavoro, magari con qualche punto da approfondire, ma che si integra bene in un gruppo ed è disponibile, rispetto a un genio del mestiere, ma ingestibile. Ovviamente questo non vale nel 100% dei casi, ma in una buona maggioranza sì.

Qualche esempio

Gestire le persone all’interno di un’azienda (ma lo stesso potrebbe dirsi per una realtà sportiva, un’associazione, una cooperativa…), non solo come reparto HR, ma anche come responsabili e come collaboratori, è un’attività delicata che ha necessità di giusti equilibri. Ogni azienda poi ha le sue caratteristiche e i suoi valori ed è essenziale trovare delle persone allineate al mood aziendale.

Per fare qualche esempio, una realtà dove il lavoro è gestito da squadre sarà importantissimo saper collaborare, lavorare in gruppo e comunicare. In realtà, invece, molto spinte verso l’innovazione e verso tutto ciò che è nuovo e futuristico si cercheranno persone con una visione innovativa, come capacità di growth thinking, con propensione al cambiamento. In ultimo, in una realtà che opera con soggetti fragili, saranno essenziali skill come empatia, capacità di ascolto, pazienza e attenzione.

Le soft skill del futuro

A mio modestissimo parere le soft skill che andranno per la maggiore nei prossimi anni, oltre a quelle più diffuse, saranno:

  • empatia
  • gentilezza
  • curiosità
  • creatività
  • resilienza

Perché penso a queste? Perché il mondo del lavoro sta cambiando ed è cambiato, perché le aziende si sono accorte che, oltre alla paga, ci vuole altro, perché le persone hanno iniziato a valutare cosa vogliono davvero, a dare un peso sempre più elevato al benessere sul luogo di lavoro e nella vita, oltre al famoso work-life-balance. Basti pensare a quanto è capitato e sta capitando in questi due anni, accresciuto dalla pandemia. Le priorità sono variate e le persone cercano aziende sempre più umane, così come le aziende – o perlomeno una buona parte – cercano anche buone persone, non soltanto buoni tecnici, contabili, ecc.

Concludendo, in un mondo dove siamo spinti al cambiamento (perché la vita è una sola, perché c’è la costante volontà di crescere e migliorarsi, ma anche perché spesso i contratti offerti sono a scadenza, un po’ come il mio amato yogurt Vipiteno) il mio unico augurio è quello di essere curiosi, flessibili, aperti a quello che verrà, mantenendo vivo il lato umano che ci caratterizza.

Qualche piccolo spunto pratico per restare aperto e pronto al cambiamento lo puoi trovare qui.